BAMBINI … CHE NON CONTANO !

18062021 mamma bis

BAMBINI … CHE NON CONTANO !

Nel corso degli ultimi anni mi è capitato più volte di trattare e scrivere articoli sull’argomento scandaloso dei bambini tolti ai genitori con la forza della legge e con l’inganno, un sistema odioso e poco civile che mette in luce la cattiveria e la perfidia agghiacciante di un vero e proprio sistema che spesso e volentieri, nel passato, l’ho associato ai comportamenti mafiosi, qualcuno ha anche avuto anche da ridere su questa mia affermazione dal tono forte ma poi… incredibilmente, gli scettici e dubbiosi delle mie affermazioni si sono perfettamente allineati al mio pensiero e con piacere ho riscontrato che sono diventati come me “ fondamentalisti” nella difesa dei nostri bimbi. E che avessi visto giusto sul business dei bambini, delle case famiglie e di alcuni assistenti sociali basta guardare, come dimostrazione reale, le drammatiche storie dei “ bimbi rubati “… di Bibbiano, un vero e proprio sistema scoperto dalla magistratura e dalle coscienze di alcuni operatori che hanno potuto mettere in luce lo schifo nauseante del business dei bambini… una cosa che porta indietro il nostro paese di 10mila anni. Purtroppo lo scandalo di enorme gravità ha interessato e colpito una certa parte politica che all’epoca dei fatti era al governo e quindi, come sempre accade in Italia, si è volutamente tacitare tutti i giornalisti e i media per gli ovvi motivi elettorali che invece, paradossalmente ha premiato chi il sistema Bibbiano l’aveva denunciato ma anche utilizzato in campagna elettorale, non dimentichiamoci la famosa frase dell’attuale ministro degli esteri Di Maio : “mai con quelli di Bibbiano”… già mai con quelli del PD… però dopo quello scandalo, fateci caso, non hanno più toccato l’argomento bimbi rubati dai servizi sociali con false relazioni stilate per interessi personali. Sia ben chiaro una cosa, ci sono situazioni nelle quali i servizi sociali si rivelano risolutivi per la sicurezza e salute del bambino… e questo bisogna dirlo. Il punto della questione è un altro, ovvero quando c’è l’evidente e palese volontà di un bambino a non staccarsi dalla madre né quello di volersi allontanare da lei… ecco che i servizi sociali dovrebbero farsi un esame di coscienza e magari andare da un buon psicologo… eh sì, perché se non comprendono che il Tribunale dei minori ha emesso un decreto non corretto sarebbe loro dovere farlo presente e ovviamente metterlo in discussione, invece non lo fanno ma procedono egualmente e fa nascere in me una domanda : ma continuate lo stesso per non smentirvi delle vostre relazioni ? Il “sequestro subdolo” del bambino del link postato, e di tantissimi altri, è qualcosa di allucinante… non si può né si deve esercitare la forza di un decreto a tutti i costi quando questo è palesemente in contrasto con la situazione reale. Bisogna modificare le modalità di affidamento dei bimbi alle case famiglia e ai servizi sociali perché trovo utile e necessario che un magistrato del Tribunale dei minori dev’essere sempre presente ogni qualvolta avviene esercizio del decreto di affidamento ai servizi sociali. Che modi sono questi di rubare un bambino ed obbligarlo a staccarsi dalla propria madre ? E’ così che si tutela la salute mentale del bimbo e lo si protegge da paure inconsce che nel futuro immediato avrà di sicuro ? E come ci cresceranno questi bimbi che a livello psicologico subiscono un danno di portata illimitata ed imprevedibile ? E questi bimbi, come cresceranno e come si inseriranno nella società una volta diventati maggiorenni ? E’ vergognoso non riuscire a capire quali e quante sono le necessità di un bambino strappato ad una madre… a volte mi chiedo se i magistrati dei minori e i servizi sociali siano veramente in grado di capire quel che pensa un bambino in quei momenti…. e vedendo i risultati credo proprio di no. In ultimo il mio pensiero corre sempre ai media e giornali… a parte qualche voce isolata e lodevole per il resto c’è solo … disgustoso silenzio… già quei bambini non sono figli loro, forse è per questo, però sono sensibilissimi con i bambini e minori che arrivano dal mare ! Lo so, è brutto scriverlo ed antipatico ma è la realtà è che… ci sono bambini che contano e bambini che non contano. 17062021 https://manliominicucci.myblog.it/ https://vk.com/id529229155

 

Mamma vittima di violenza consegna il bambino: le interminabili ore davanti a una casa famiglia

Il momento dell’affidamento da parte della madre alle assistenti sociali. La cronaca di un dolore, tra i più profondi

18062021 mamma bis

14 GIUGNO 2021

I lettori di Umbria24, o almeno diversi tra questi, conoscono la storia del bambino di Assisi che abbiamo chiamato Lorenzo. Un bimbo che i giudici hanno deciso di staccare dalla mamma, la quale, ha denunciato il suo ex compagno per violenze. Una vicenda che vede i due genitori protagonisti di una battaglia giudiziaria, le cui posizioni sono così esemplificate: lei sostiene che il papà del bimbo è stato violento, anche con il piccolo. Lui, viceversa, afferma che è tutta un’invenzione e che si vede costretto, lontano dal figlio, perché la madre, lo influenzerebbe a non frequentarlo più. In mezzo c’è lo Stato. Ci sono gli assistenti sociali, gli psicologi, i giudici, il mondo degli adulti, quelli che dovrebbero impiegare ogni sforzo per mettere al centro il benessere del minore.

La consegna Senza entrare nel merito dei retroscena che ognuno può approfondire qui, siamo alle ultime battute di questa vicenda. Quando il bambino è a due metri dalla porta della ‘casa famiglia’ a cui è stato destinato, dai giudici. I quali hanno stabilito che, ad accompagnarlo, fosse la propria mamma. Chi scrive, padre di due bambini, era presente al momento della consegna. Lorenzo è dentro l’auto della madre, sono ore strazianti, documentate anche da un video. La mamma suona alla porta della casa famiglia: «Sono Flavia (nome di fantasia), la mamma di Lorenzo, devo consegnare mio figlio».

La testimonianza del giornalista La strada che porta a questa ‘casa famiglia’, è un percorso incantevole. Granturco, orzo, spighe, spianate di campi ben coltivati. I borghi umbri svettano, tra il giallo, il verde, i marroni di questi ‘velluti’. Linee di cipressi ne disegnano i confini e curve dolci scontornano il paesaggio. L’auto di Flavia, con a bordo Lorenzo, sfreccia. Mancano pochi minuti all’orario della consegna. L’auto su cui viaggio io, è poco distante. Allora penso ai miei figli. Mi chiedo se mai avrei trovato la forza di guidare, al posto di quella mamma. Penso al fatto che, probabilmente, non mi verrebbero dato neppure il tempo di raccontare quali libri preferisce leggere, o quali cartoni guardare, che ama mordere una fetta di pane, prima del pranzo o che odia le pappe mollicce. La mente mi dice che forse avrei sterzato all’improvviso assumendomi, consapevolmente, la responsabilità di un gesto penalmente gravissimo. D’altronde avrebbe avuto il sopravvento, il pensiero che si può persino accettare un sopruso contro sé stessi, ma i figli, sono figli. Anche quando è qualcun altro a decidere fino a che punto ti appartengono.

Sotto il sole di giugno Quella porta si apre. Escono tre assistenti sociali. Hanno l’area di chi conosce il momento e le dinamiche. Sono dolci, comprensive. Il tono è calmo e paziente, anche se la mascherina che indossano si svuota e si riempie per il fiatone. Proprio come il diaframma delle loro pance. Le mascherine, a loro, come a me, nascondono. Il bambino è nell’auto della mamma. Appena percepito che è il momento di salutarla, si dimena, accende le quattro frecce dell’auto, tira calci, scuote la testa, urla. Non vuole sentire nessuno che provi a usare frasi consolatorie. Neppure quelle della madre. Lui urla: «Mamma non mi abbandonare». E poi: «Mi avete rovinato la vita». Ancora : «Andate via». «Mamma portami via». Le assistenti sociali, si accorgono che quell’auto è un forno sotto il sole di giugno. Che il bimbo rischia di sentirsi male. Una di loro afferma: «Non ci sono i presupposti per questa consegna, il piccolo non è sereno». Un’altra va a prendere una bottiglia d’acqua. La mamma gliene versa un bicchiere. Le dicono: «Andate, ritornate a casa. Bisognerà concordare una modalità diversa». Ma la mamma precisa: «Non così. Il mio avvocato mi ha detto che qualunque decisione deve essere messa nero su bianco». Rimane lì. Il piccolo non si muove dall’auto.

Lo strazio Col passare dei minuti, si accorge che l’aria è cambiata. La porta di quella casa famiglia è chiusa da un po’. Esce dall’auto, si aggrappa alla gamba della mamma, accenna qualche sorriso, il suo sguardo è fisso su di lei, sembra chiederle carezze, attenzioni, che lei non gli fa mancare. Quella calma recuperata, in attesa di un foglio di carta, è bruscamente interrotta da un’auto medica. Ci sono 4 operatori sanitari all’interno. Il bambino appena la vede, corre di nuovo nell’auto. Gira il capo a destra e sinistra. Sembra un uccellino in trappola che non sa come fare per dare un termine a quell’incubo. Da entrambi i lati dell’auto sfilano, un medico e quattro operatori sanitari. Portano alcuni apparecchi che assomigliano a defibrillatori. Entrano nella struttura. Alcuni di loro rimangono fuori. Intanto il piccolo riprende a urlare. I sanitari all’esterno chiedono perché mai un bimbo stia vivendo quei momenti di puro terrore. Lo chiedono anche a me. Qualcuno di loro: «Come fa quella madre a rimanere lì e a non scappare via con il figlio?». Un operatore sanitario vuole conoscere maggiori dettagli, poi si lascia andare a una affermazione che è consigliabile non ripetere qui: in sostanza a cosa avrebbe fatto lui a tutti i presenti. Dopo l’auto medica, arriva un’ambulanza. E dopo l’ambulanza arrivano altre persone, vestite in abiti civili. Qualcuno, tra i presenti, dice che si tratta di altri operatori sociali, di psicologi e di psichiatri. Ma poi arrivano anche tre poliziotti in borghese e due carabinieri in divisa. L’auto sembra circondata, come se all’interno ci fosse qualcuno di pericoloso. Lì continua a esserci un bambino. Le sue guance sono rosse, gli occhi non hanno più lacrime, si sgola e ha conati di vomito.

Le mani I miei occhi, mettono a fuoco una manina. E’ cicciotta, aggrappa l’avanbraccio della mamma. La trattiene, probabilmente con la forza che impiegherebbe mio figlio nel trattenermi lì con lui, davanti a un qualcosa che percepisce come un pericolo. La mamma trova ancora la forza per rincuorarlo. Ma quando lui, implorando le dice: «Perché mi fate tutto questo», a lei si gonfia il volto. Sembra esplodere. Lascio. E’ stato il momento in cui, ho ceduto al mio dovere di giornalista, le gambe hanno preso a camminare. Hanno cercato di allontanarsi dal dolore, tra i più profondi a cui abbia mai assistito, in diversi anni di cronaca. La mamma no. Accosta la testolina del figlio al ventre suo, gli accarezza i capelli, lo rassicura con parole che la distanza non permette più di cogliere.

L’ultimo istante con la mamma Viene chiamata, prima dal medico, mentre il nonno gira intorno all’auto, provando a trovare una motivazione valida a giustificare tanto strazio. Poi da una donna che al bambino racconterà come il suo sia un nome importante. Per un attimo sembra tranquillizzarsi. Non è dato sapere quanto quel calo della tensione sia associabile a uno sfiancamento o ai messaggi rassicuranti. Sta di fatto che di lì a poco, il piccolo ritorna a piangere, urlare. I carabinieri dopo avere confabulato con la madre, si mettono in auto e vanno via. Il medico si rende conto che quel bambino da quell’auto non uscirà. Tenta un’altra strada. Indica che bisogna andare in ospedale. Lo si farà con l’ambulanza. La mamma persuade il bambino a salirci, insieme a lei e a una delle assistenti sociali della struttura, che continuano a essere amabili, comprensive, disponibili, pazienti. Lui, alla porta della casa famiglia preferisce quella dell’ambulanza. La manina è stretta a quella della mamma. Anche quando deve salutare il nonno, che sa di non rivederlo ritornare a casa. Arrivati in Pediatria, dietro al bambino si chiude la porta dell’ambulatorio. «Signora – le dice un medico – lei deve rimanere fuori». E’ l’ultimo istante in cui la mano di Lorenzo resta attaccata a quella della mamma. Lei sentirà solo la sua voce. Ma ci sono ormai delle figure che non le consentono di agire. Forse poliziotti. Poi un corridoio e una porta chiusa, la corsia di un reparto di ospedale, non più percorribile per lei. Si dispera: «Non sono riuscita a salutarlo. Penserà che l’ho abbandonato». C’è ora solo la possibilità di scrivergli due righe, su un foglietto.

Le domande Restano un nodo in gola e tante domande: quante donne vittime di violenza saranno influenzate da simili storie? Lorenzo a chi darà la responsabilità? Chi risarcirà mai questo bambino, non solo del periodo fin qui vissuto tra paure, ansie e inquietudini, non di quello che trascorrerà da oggi, con le mancanze, che tali sarebbero per ognuno di noi, ma chi lo risarcirà di quelle ore trascorse lì, in quell’auto? Per quanto tempo quelle immagini, quell’andirivieni di figure minacciose, ai suoi occhi, negli ultimi momenti di presenza della mamma, ritorneranno alla sua mente, di notte e di giorno? Chi potrebbe quantificare il dolore del distacco da una madre, quel saliscendi emotivo di ore, tra la speranza di averla ancora con sé e il disarmo di non potere fare nulla contro quella mano che si sfila? Quanto è profondo e quanto continuerà a scavare quell’angoscia nel suo intimo? E per quale valida ragione l’ha dovuta vivere? La domanda è se non sia questa una sconfitta del mondo degli adulti. Se davvero fosse questo, per il bambino, il danno minore, nonostante la dignità della sua casa e l’incontestabile similarità di questa madre a tantissime altre madri. Imperfetta quanto si vuole, sicuramente meno di chi, davanti a una simile prova, avrebbe trattenuto a sé il proprio bambino a qualunque costo. Genitrice, tra l’altro, di un altro bimbo, per il quale, nessuno le contesta capacità genitoriale. Quand’anche fosse prioritaria la bi-genitorialità, ci si chiede se debba, forzatamente passare per una autentica violenza a un dolcissimo bambino. Violenza di cui, ognuno, compreso chi scrive, avrà le carte in regola per non sentirsene responsabile. A cui però, le rispettive coscienze risponderanno: tacendo o interrogando. Come quando la sensazione di obbedire alla legge consola, ma il senso di giustizia non placa l’inquietudine.

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ENGLISH

 

CHILDREN … THAT DON’T COUNT!

Over the last few years I have repeatedly dealt with and wrote articles on the scandalous subject of children taken from their parents by the force of the law and by deception, a hateful and not very civilized system that highlights wickedness and perfidy. chilling of a real system that often and willingly, in the past, I associated it with mafia behaviors, someone also had to laugh about my strong-tone statement but then … incredibly, the skeptics and doubts of mine statements are perfectly aligned with my thinking and with pleasure I found that they have become like me “fundamentalists” in the defense of our children. And if I had seen it right on the business of children, family homes and some social workers, just look, as a real demonstration, at the dramatic stories of the “stolen children” … of Bibibano, a real system discovered by the judiciary and consciences of some operators who have been able to highlight the nausenate schfoe of the children’s business … something that takes our country back 10 thousand years. Unfortunately, the enormously serious scandal affected and struck a certain political party that was in government at the time and therefore, as always happens in Italy, all journalists and media were deliberately silenced for obvious electoral reasons which instead, paradoxically rewarded those who had denounced the Bibbiano system but also used it in the electoral campaign, let’s not forget the famous sentence of the current foreign minister Di Maio: “never with those of Bibbiano” … already never with those of the PD … however, after that scandal, pay attention to it, children stolen by social services with false reports drawn up for personal interests have no longer touched upon. Let’s be clear about one thing, there are situations in which social services prove to be decisive for the safety and health of the child … and this must be said. The point of the question is another, that is when there is the obvious and obvious will of a child not to detach himself from his mother or to want to distance himself from her … here is that social services should take an examination of conscience and maybe go to a good psychologist … yes, because if they do not understand that the Juvenile Court has issued an incorrect decree it would be their duty to point it out and obviously question it, instead they do not do it but proceed equally and it gives birth to a question: but do you continue the same so as not to contradict your relationships? The “sneaky sequel” of the child of the posted link, and of many others, is something hallucinating … you can not and should not exercise the force of a decree at all costs when this is clearly in contrast with the real situation. We need to change the way children are entrusted to family homes and social services because I find it useful and necessary that a magistrate of the Juvenile Court must always be present whenever the decree of entrustment to social services is being exercised. What ways are these to steal a child and force him to break away from his mother? Is this how you protect the child’s mental health and protect him from unconscious fears that he will surely have in the immediate future? And how will these children grow up who, on a psychological level, suffer an unlimited and unpredictable damage? And these children, how will they grow up and how will they fit into society once they have come of age? It is shameful not to be able to understand what and how many are the needs of a child torn from a mother … sometimes I wonder if the juvenile magistrates and social services are really able to understand what a child thinks in those moments. … and seeing the results I think not. Ultimately my thoughts always go to the media and newspapers … apart from some isolated and commendable voices for the rest there is only … disgusting silence … already those children are not their children, maybe that’s why, however they are very sensitive to children and minors who come from the sea! I know, it’s bad to write it and unpleasant but the reality is that … there are children who matter and children who don’t. 17062021 https://manliominicucci.myblog.it/ https://vk.com/id529229155

 

Mother victim of violence delivers the child: the endless hours in front of a foster home

The moment of the mother’s entrustment to social workers. The chronicle of a pain, one of the deepest

18062021 mamma bis

14 JUNE 2021

The readers of Umbria24, or at least several of them, know the story of the child of Assisi we have called Lorenzo. A child that the judges decided to detach from his mother, who denounced her ex-partner for violence. A story that sees the two parents protagonists of a judicial battle, whose positions are exemplified as follows: she claims that the child’s father was violent or, even with the little one. On the other hand, he says that it is all an invention and that he is forced, away from his son, because his mother would influence him not to frequent him anymore. In between is the state. There are social workers, psychologists, judges, the world of adults, those who should use every effort to put the child’s well-being at the center.

The delivery Without going into the merits of the background that everyone can deepen here, we are at the last bars of this story. When the child is two meters from the door of the ‘foster home’ for which he was assigned, by the judges. Who have established that, to accompany him, it was his own mother. The writer, father of two children, was present at the time of delivery. Lorenzo is inside his mother’s car, they are heartbreaking hours, also documented by a video. The mother rings at the door of the family home: “I am Flavia (invented name), Lorenzo’s mother, I have to deliver my son”.

The journalist’s testimony The road that leads to this ‘family home’ is an enchanting journey. Maize, barley, ears of corn, cleared of well cultivated fields. Umbrian villages stand out among the yellow, green and browns of these ‘velvets’. Lines of cypresses draw the borders and gentle curves outline the landscape. Flavia’s car, with Lorenzo on board, whizzes by. There are a few minutes left for delivery. The car I am driving in is not far away. Then I think about my children. I wonder if I would ever have found the strength to drive instead of that mom. I think of the fact that I probably wouldn’t even be given the time to tell which books she prefers to read, or which cartoons to watch, that she likes to bite a slice of bread before lunch, or that she hates mushy baby food. My mind tells me that maybe I would have swerved suddenly, consciously assuming the responsibility for a very serious criminal act. On the other hand, he would have had the upper hand, the thought that one can even accept an abuse against oneself, but children are children. Even when someone else decides to what extent they belong to you.

Under the June sun That door opens. Three social workers leave. They have the area of those who know the moment and the dynamics. They are sweet, understanding. The tone is calm and patient, even if the mask they wear empties and fills up from breathlessness. Just like the diaphragm of their bellies. The masks, they, like me, hide. The child is in his mother’s car. As soon as he perceives that it is time to say goodbye, he squirms, lights the car’s four arrows, kicks, shakes his head, screams. He doesn’t want to hear anyone trying to use consoling phrases. Not even those of the mother. He yells: “Mom don’t abandon me.” And then: “You have ruined my life.” Again: “Go away.” “Mom take me away.” The social workers realize that that car is an oven under the June sun. That the child is likely to feel bad. One of them says: “There are no conditions for this delivery, the little one is not serene.” Another goes to get a bottle of water. Mom pours him a glass. They tell her: «Go, go back home. We will have to agree on a different modality ». But the mother explains: «Not like that. My lawyer told me that any decision must be written down. ‘ She stays there. The little one does not move from the car.

The agony As the minutes pass, he realizes that the air has changed. The door of that family home has been closed for a while. He gets out of the car, clings to his mother’s leg, hints at a few smiles, her gaze is fixed on her, he seems to ask her for caresses, attention, which she does not miss. That recovered calm, waiting for a sheet of paper, is abruptly interrupted by a medical car. There are 4 health workers inside. As soon as the child sees it, he runs back into the car. He turns his head left and right. He looks like a trapped bird who doesn’t know how to put an end to that nightmare. On both sides of the car, a doctor and four health workers parade. They carry some devices that look like defibrillators. They enter the facility. Some of them remain outside. Meanwhile, the little one starts screaming again. Outside doctors ask why a child is experiencing those moments of pure terror. They ask me too. Some of them: “How does that mother stay there and not run away with her son?” A health worker wants to know more details, then lets go of a statement that it is advisable not to repeat here: essentially what he would have done to everyone present. After the medical car, an ambulance arrives. And after the ambulance, other people arrive, dressed in civilian clothes. Someone among those present said that they are other social workers, psychologists and psychiatrists. But then three plainclothes policemen and two uniformed carabinieri also arrive. The car appears to be surrounded, as if it were inside and someone dangerous. There continues to be a child there. His cheeks are red, his eyes have no more tears, he groans and retches.

Hands My eyes focus on a little hand. She’s chubby, she grabs her mother’s forearm. She holds her back, probably with the force my son would take to hold me there with him, in front of something he perceives as a danger. Mom still finds the strength to cheer him up. But when he, begging for her, says to her: “Why are you doing all this to me,” her face swells. She seems to explode. I leave. It was the moment when, I gave in to my duty as a journalist, my legs started walking. They tried to get away from the pain, among the deepest I have ever witnessed, in several years of reporting. Mom doesn’t. She brings her son’s head close to her belly, strokes his hair, reassures him with words that distance no longer allows us to grasp.

The last moment with her mother She is called, first by the doctor, while the grandfather turns around the car, trying to find a valid reason to justify so much pain. Then from a woman who will tell the child how her name is an important name. For a moment she seems to calm down. It is not known how much that drop in tension can be associated with exhaustion or reassuring messages. The fact is that shortly thereafter, the little one returns to cry, scream. The carabinieri, after having confabulated with their mother, get in the car and leave. The doctor realizes that that child will not get out of that car. He tries another way. He indicates that we must go to the hospital. He will do it with the ambulance. The mother persuades the child to get on it, together with her and one of the social workers of the facility, who continue to be loving, understanding, available, patient. He prefers the ambulance to the door of the family home. His hand is close to that of his mother. Even when she has to say goodbye to her grandfather, she knows she won’t see him coming home. Arriving at the Pediatrics, the door of the clinic closes behind the child. “Madam – a doctor tells her – you have to stay out.” It is the last moment in which Lorenzo’s hand remains attached to that of his mother. She will only hear her voice. But there are now figures who do not allow her to act. Maybe cops. Then a corridor and a closed door, the ward of a hospital ward, no longer passable for her. She is desperate: «I was unable to greet him. He will think that I have abandoned him “. Now there is only the possibility of writing him two lines, on a piece of paper.

The questions There remain a lump in my throat and many questions: how many women victims of violence will be affected by such stories? Who will Lorenzo give responsibility to? Who will ever compensate this child, not only for the period lived up to now among fears, anxieties and anxieties, not for what will pass from today, with the shortcomings, which would be such for each of us, but who will compensate him for those hours spent there, in that car? How long will those images, those comings and goings of threatening figures, in his eyes, in the last moments of his mother’s presence, come back to his mind, night and day? Who could quantify the pain of her detachment from a mother, that emotional ups and downs of hours, between the hope of still having her with him and the disarmament of not being able to do anything against that hand that slips off? How deep is it and how much will it continue to dig that anguish deep within him? And for what valid reason did he have to live it? The question is whether this is not a defeat of the adult world. If this really were the least damage for the child, despite the dignity of her home and the indisputable similarity of this mother to many other mothers. Imperfect as much as you like, certainly less than those who, faced with such evidence, would have kept their child to themselves at any cost. Parent, among other things, of another child, for whom no one disputes her parental capacity. Even when bi-parenting was a priority, one wonders if it should, forcibly, pass for authentic violence to a very sweet child. Violence for which everyone, including the writer, will have what it takes to not feel responsible for it. To which, however, the respective consciences will respond: by keeping silent or by questioning. As when the feeling of obeying the law is consoling, but the sense of justice does not calm the restlessness.

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FRANCAISE

LES ENFANTS… ÇA NE COMPTE PAS !

Au cours des dernières années, j’ai traité et écrit à plusieurs reprises le sujet scandaleux des enfants enlevés à leurs parents par la force de la loi et par tromperie, un système odieux et peu civilisé qui met en lumière la méchanceté et la perfidie glaçante d’un vrai système que souvent et volontairement, dans le passé, je l’ai associé à des comportements mafieux, quelqu’un a aussi dû rire de ma déclaration de ton fort mais alors… incroyablement, les sceptiques et les doutes de mes déclarations sont parfaitement alignés avec ma pensée et avec plaisir j’ai trouvé que comme moi ils sont devenus « intégristes » dans la défense de nos enfants. Et si j’avais vu juste sur les affaires des enfants, des foyers familiaux et de certains travailleurs sociaux, il suffit de regarder, comme une vraie démonstration, les histoires dramatiques des “enfants volés”… de Bibibano, un vrai système découvert par le justice et consciences de certains opérateurs qui ont su mettre en évidence le schfo nauséabond du business des enfants… quelque chose qui ramène notre pays 10 mille ans en arrière. Malheureusement, le scandale extrêmement grave a touché et frappé un certain parti politique qui était au gouvernement à l’époque et donc, comme toujours en Italie, tous les journalistes et médias ont été délibérément réduits au silence pour des raisons électorales évidentes qui, au contraire, ont paradoxalement récompensé ceux qui avaient dénoncé le Système Bibbiano mais aussi utilisé dans la campagne électorale, n’oublions pas la phrase célèbre de l’actuel ministre des Affaires étrangères Di Maio : “jamais avec ceux de Bibbiano”… déjà jamais avec ceux du PD… pourtant, après ce scandale , faites-y attention, les enfants volés par les services sociaux avec de faux procès-verbaux établis pour des intérêts personnels n’ont plus effleuré. Soyons clairs sur une chose, il existe des situations dans lesquelles les services sociaux s’avèrent déterminants pour la sécurité et la santé de l’enfant… et il faut le dire. Le point de la question en est un autre, c’est lorsqu’il y a la volonté évidente et évidente d’un enfant de ne pas se détacher de sa mère ou de vouloir s’éloigner d’elle… voilà que les services sociaux devraient procéder à un examen de conscience et peut-être aller voir un bon psychologue … oui, car s’ils ne comprennent pas que le tribunal pour mineurs a rendu un arrêt incorrect, il serait de leur devoir de le signaler et évidemment de le remettre en question, au lieu de cela, ils ne le font pas mais procèdent de la même manière et cela fait naître une question : mais continuez-vous la même chose pour ne pas contredire vos relations ? La “suite sournoise” de l’enfant du lien posté, et de bien d’autres, est quelque chose d’hallucinant… on ne peut et ne doit pas exercer la force d’un décret à tout prix quand cela contraste clairement avec la réalité. Nous devons changer la façon dont les enfants sont confiés aux foyers familiaux et aux services sociaux car je trouve utile et nécessaire qu’un magistrat du tribunal des mineurs soit toujours présent chaque fois que le décret de confier aux services sociaux est exercé. Quelles sont ces manières de voler un enfant et de le forcer à se séparer de sa mère ? Est-ce ainsi que vous protégez la santé mentale de votre enfant et le protégez des peurs inconscientes qu’il aura sûrement dans l’immédiat ? Et comment vont grandir ces enfants qui, sur le plan psychologique, subissent des dommages illimités et imprévisibles ? Et ces enfants, comment vont-ils grandir et comment vont-ils s’insérer dans la société une fois devenus majeurs ? C’est honteux de ne pas pouvoir comprendre quels sont et combien sont les besoins d’un enfant arraché à une mère… parfois je me demande si les magistrats des mineurs et les services sociaux sont vraiment capables de comprendre ce que pense un enfant dans ces moments-là. . .. et vu les résultats, je pense que non. Finalement mes pensées vont toujours aux médias et aux journaux… à part quelques voix isolées et louables pour le reste il n’y a que… silence dégoûtant… déjà ces enfants ne sont pas leurs enfants, c’est peut-être pour ça, quoi qu’ils soient très sensible aux enfants et mineurs qui viennent de la mer ! Je sais, c’est mal de l’écrire et désagréable mais la réalité est que… il y a des enfants qui comptent et des enfants qui ne comptent pas. 1762021 https://manliominicucci.myblog.it/ https://vk.com/id529229155

 

 

Une mère victime de violence accouche : les heures interminables devant un foyer d’accueil

Le moment où la mère se confie aux assistantes sociales. La chronique d’une douleur, l’une des plus profondes

18062021 mamma bis

14 JUIN 2021

Les lecteurs de l’Ombrie24, ou du moins plusieurs d’entre eux, connaissent l’histoire de l’enfant d’Assise que nous avons appelé Lorenzo. Un enfant que les juges ont décidé de détacher de sa mère, qui a dénoncé son ancien partenaire pour violences. Une histoire qui voit les deux parents protagonistes d’une bataille judiciaire, dont les positions sont illustrées comme suit : elle prétend que le père de l’enfant était violent ou, même avec le petit. A l’inverse, il dit que tout cela est une invention et qu’il est obligé de s’éloigner de son fils, car sa mère l’influencerait pour qu’il ne le fréquente plus. Entre les deux se trouve l’État. Il y a les travailleurs sociaux, les psychologues, les juges, le monde des adultes, ceux qui doivent tout mettre en œuvre pour mettre le bien-être de l’enfant au centre.

La livraison Sans rentrer dans le fond du background que chacun peut ici approfondir, nous sommes aux dernières mesures de cette histoire. Lorsque l’enfant se trouve à deux mètres de la porte du « foyer d’accueil » auquel il était destiné, par les juges. Qui ont établi que, pour l’accompagner, c’était sa propre mère. L’écrivain, père de deux enfants, était présent au moment de l’accouchement. Lorenzo est dans la voiture de sa mère, ce sont des heures déchirantes, également documentées par une vidéo. La mère sonne à la porte de la maison familiale : “Je suis Flavia (nom de fantaisie), la mère de Lorenzo, je dois accoucher de mon fils”.

Témoignage du journaliste La route qui mène à cette « maison familiale » est un voyage enchanteur. Maïs, orge, épis de blé, défrichés de champs bien cultivés. Les villages ombriens se détachent parmi les jaunes, verts et bruns de ces « velours ». Des lignes de cyprès dessinent les bordures et de douces courbes dessinent le paysage. La voiture de Flavia, avec Lorenzo à bord, file à toute allure. Il reste quelques minutes pour la livraison. La voiture dans laquelle je conduis n’est pas loin. Puis je pense à mes enfants. Je me demande si j’aurais jamais trouvé la force de conduire à la place de cette maman. Je pense au fait que, probablement, je n’aurais même pas le temps de dire quels livres il préfère lire, ou quels dessins animés regarder, qui aime mordre une tranche de pain avant le déjeuner ou qui déteste la bouillie pour bébé. Mon esprit me dit que j’aurais peut-être soudainement fait un écart, assumant consciemment la responsabilité d’un acte criminel très grave. Par contre, il aurait eu le dessus, l’idée qu’on peut même accepter un abus contre soi, mais les enfants sont des enfants. Même quand quelqu’un d’autre décide dans quelle mesure il vous appartient.

Sous le soleil de juin Cette porte s’ouvre. Trois travailleurs sociaux partent. Ils ont le domaine de ceux qui connaissent l’instant et la dynamique. Ils sont doux, compréhensifs. Le ton est calme et patient, même si le masque qu’ils portent se vide et se remplit d’essoufflement. Tout comme le diaphragme de leur ventre. Les masques, eux, comme moi, se cachent. L’enfant est dans la voiture de sa mère. Dès qu’il s’aperçoit qu’il est temps de se dire au revoir, il se tortille, allume les quatre flèches de la voiture, donne des coups de pied, secoue la tête, crie. Il ne veut entendre personne essayer d’utiliser des phrases consolantes. Pas même ceux de la mère. Il crie : « Maman ne m’abandonne pas. Et puis : « Vous avez ruiné ma vie. Encore une fois : “Va-t’en”. “Maman emmène-moi.” Les travailleurs sociaux se rendent compte que cette voiture est un four sous le soleil de juin. Que l’enfant risque de se sentir mal. L’un d’eux dit : “Il n’y a pas de conditions pour cet accouchement, le petit n’est pas serein.” Un autre va chercher une bouteille d’eau. Maman lui sert un verre. Ils lui disent : « Va, rentre chez toi. Nous devrons nous mettre d’accord sur une autre modalité ». Mais la mère précise : « Pas comme ça. Mon avocat m’a dit que toute décision devait être écrite. » Il y reste. Le petit ne bouge pas de la voiture.

L’agonie Au fil des minutes, il se rend compte que l’air a changé. La porte de cette maison familiale est fermée depuis un moment. Il descend de voiture, s’accroche à la jambe de sa mère, laisse entrevoir quelques sourires, son regard est fixé sur elle, il semble lui demander des caresses, des attentions, qui ne lui manquent pas. Ce calme retrouvé, en attente d’une feuille de papier, est brusquement interrompu par une voiture médicale. Il y a 4 agents de santé à l’intérieur. Dès que l’enfant le voit, il revient en courant dans la voiture. Tournez la tête à gauche et à droite. Il ressemble à un oiseau pris au piège qui ne sait pas comment mettre fin à ce cauchemar. Des deux côtés de la voiture, un médecin et quatre agents de santé défilent. Ils transportent des appareils qui ressemblent à des défibrillateurs. Ils entrent dans l’établissement. Certains d’entre eux restent à l’extérieur. Pendant ce temps, le petit se remet à crier. Des médecins extérieurs demandent pourquoi un enfant vit ces moments de pure terreur. Ils me demandent aussi. Certains d’entre eux : « Comment cette mère reste-t-elle là et ne s’enfuit-elle pas avec son fils ? Un soignant veut en savoir plus, puis lâche une affirmation qu’il convient de ne pas répéter ici : essentiellement ce qu’il aurait fait à toutes les personnes présentes. Après la voiture médicale, une ambulance arrive. Et après l’ambulance, d’autres personnes arrivent, habillées en civil. Quelqu’un parmi les personnes présentes a dit qu’il s’agissait d’autres travailleurs sociaux, psychologues et psychiatres. Mais ensuite arrivent aussi trois policiers en civil et deux carabiniers en uniforme. La voiture semble être entourée, comme si elle était à l’intérieur et quelqu’un de dangereux. Il y a toujours un enfant là-bas. Ses joues sont rouges, ses yeux n’ont plus de larmes, elle crie et vomit.

Mains Mes yeux se concentrent sur une petite main. Elle est potelée, elle attrape l’avant-bras de sa mère. Il la retient, probablement avec la force que mon fils prendrait en me tenant là avec lui, devant quelque chose qu’il perçoit comme un danger. Maman trouve encore la force de lui remonter le moral. Mais quand il lui dit en suppliant : “Pourquoi me fais-tu tout ça”, son visage s’enfle. Il semble exploser. Je pars. C’est le moment où, j’ai cédé à mon devoir de journaliste, mes jambes se sont mises à marcher. Ils ont essayé de s’éloigner de la douleur, parmi les plus profondes dont j’aie jamais été témoin, en plusieurs années de reportage. Maman ne le fait pas. Il rapproche la tête de son fils de son ventre, lui caresse les cheveux, le rassure avec des mots que la distance ne permet plus de saisir.

Le dernier moment avec la mère Elle est appelée, d’abord par le médecin, tandis que le grand-père tourne autour de la voiture, essayant de trouver une raison valable pour justifier tant de douleur. Puis d’une femme qui dira à l’enfant combien son nom est important. L’espace d’un instant, il semble se calmer. On ne sait pas à quel point cette baisse de tension peut être associée à un épuisement ou à des messages rassurants. Le fait est que peu de temps après, le petit revient pour pleurer, crier. Les carabiniers, après s’être amusés avec leur mère, montent dans la voiture et s’en vont. Le médecin se rend compte que cet enfant ne sortira pas de cette voiture. Essayez une autre façon. Indique que vous devez vous rendre à l’hôpital. Cela se fera en ambulance. La mère persuade l’enfant de s’y mettre, avec elle et l’une des assistantes sociales de l’établissement, qui restent aimantes, compréhensives, disponibles, patientes. Il préfère l’ambulance à la porte de la maison familiale. La main est proche de celle de la mère. Même lorsqu’il doit dire au revoir à son grand-père, qui sait qu’il ne le reverra pas à la maison. En arrivant à la Pédiatrie, la porte de la clinique se referme derrière l’enfant. “Madame – un médecin lui dit – vous devez rester dehors.” C’est le dernier moment où la main de Lorenzo reste attachée à celle de sa mère. Elle n’entendra que sa voix. Mais il y a maintenant des chiffres qui ne lui permettent pas d’agir. Peut-être des flics. Puis un couloir et une porte fermée, le pavillon d’un hôpital, plus praticable pour elle. Il désespère : « Je n’ai pas pu le saluer. Il pensera que je l’ai abandonné”. Maintenant, il n’y a plus que la possibilité de lui écrire deux lignes, sur un morceau de papier.

Les questions Il me reste une boule dans la gorge et de nombreuses questions : combien de femmes victimes de violences seront concernées par de telles histoires ? A qui Lorenzo confiera-t-il la responsabilité ? Qui dédommagera jamais cet enfant, non seulement pour la période vécue jusqu’ici entre peurs, angoisses et angoisses, non pas pour ce qui se passera à partir d’aujourd’hui, avec les manquements, qui seraient tels pour chacun de nous, mais qui le dédommagera ces heures passées là-bas, dans cette voiture ? Combien de temps ces images, ces allées et venues de figures menaçantes, à vos yeux, dans les derniers instants de la présence de votre mère, vous reviendront-elles à l’esprit, de nuit comme de jour ? Qui pourrait quantifier la douleur du détachement d’une mère, ces hauts et bas émotionnels des heures, entre l’espoir de l’avoir encore avec lui et le désarmement de ne pouvoir rien faire contre cette main qui glisse ? Quelle est sa profondeur et à quel point continuera-t-elle à creuser cette angoisse au plus profond de vous ? Et pour quelle raison valable devait-il le vivre ? La question est de savoir si ce n’est pas une défaite du monde adulte. Si c’était vraiment le moindre dommage pour l’enfant, malgré la dignité de son foyer et la ressemblance indéniable de cette mère avec de nombreuses autres mères. Imparfait autant qu’on veut, certainement moins que ceux qui, face à de telles preuves, auraient à tout prix gardé leur enfant pour eux. Parent, entre autres, d’un autre enfant, pour lequel personne ne conteste sa capacité parentale. Même lorsque la biparentalité était une priorité, on se demande s’il faut, de force, passer pour de la violence authentique à un enfant très doux. Une violence dont chacun, y compris l’écrivain, aura de quoi ne pas s’en sentir responsable. A quoi répondront pourtant les consciences respectives : en se taisant ou en s’interrogeant. Comme lorsque le sentiment d’obéir à la loi est consolant, mais que le sens de la justice ne calme pas l’agitation.

BAMBINI … CHE NON CONTANO !ultima modifica: 2021-06-17T15:37:38+02:00da manlio22ldc
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