LA “PRIMA…VERA ARABA TURCO-RUSSA”

16022021 mappa militare

LA “PRIMA…VERA ARABA TURCO-RUSSA”

Quando nel 2011 i due presidenti, Obama e Sarkozy, decisero d’abbattere il governo libico di Gheddafi ricordo benissimo che loro lo facevano per portare la democrazia nel paese. Mossa stupida quanto inutile ebbi a scrivere all’epoca dei bombardamenti perché gli arabi non conoscono né vogliono la tanto paventata democrazia occidentale che nei fatti disprezzano, loro sono mussulmani e il Corano è la loro “libertà e democrazia” ed è il tutto per loro. Sbagliato aver distrutto quel paese solo per mero interesse petrolifero e soprattutto grave l’errore di togliere all’Italia il diritto secolare di cooperazione col popolo libico e di reciproci scambi commerciali, la Libia cresceva e cercava di allinearsi alle economie europee trovando proprio nell’Italia il partner privilegiato nei rapporti, un sodalizio che non doveva piacere tanto al presidente francese Nicolas Sarkozy… Da lì in poi la gelosia del francese, appoggiato dal suo amico Obama, si è trasformata in una guerra, senza logica né programmazione, contro Gheddafi e la Libia, e con la scusa di portare la democrazia si è invece portato il disastro che dopo dieci anni vive il suo momento più drammatico e il cui principale risultato è bastato quello di allontanare l’Italia dai libici e lasciare il campo vuoto e disponibile a chi intendeva sostituire proprio gli italiani. Ci hanno provato i francesi con Macron ma non ci sono riusciti, le loro mosse, vendute ai media come capolavori di diplomazia si sono rivelate fallimentari e quindi, fatti fuori facilmente gli italiani e autoesclusi i francesi, con gli americani inesistenti e fuori dai giochi e con la politica europea estera in mano a nessuno ecco che si è determinato il nuovo scenario libico. Che ora passa dall’Europa al nuovo asse russo-turco, loro intelligentemente e furbamente ne hanno preso la guida, nel silenzio mediatico europeo, mentre noi ci preoccupavamo di risolvere la questione migranti che venivano e vengono ancora oggi spediti con inedita logica militare proprio dai libici e dai suoi alleati, strategia col fine di distrarci dal vero problema relativo alla reale trasformazione militare dei due paesi e cioè, nei fatti Turchia e Russia  oggi sono i due reali “proprietari delle due Libia”  ne hanno assunto il pieno possesso del territorio da nord a sud installando basi militari, con capacità offensiva inimmaginabile, nel cuore dell’Africa e acquisendo anche una dimensione di ipotetica minaccia militare all’Europa partendo proprio dal “Mare Nostrum”… visto che la Libia dista poche miglia dall’Italia. In più, c’è da dire che gli esecutivi guidati da Giuseppe Conte, specie con l’ultimo governo, non sono mai riusciti ad avere una politica estera incisiva anche perché evidentemente la politica estera del Di Maio è sempre stata lacunosa ed incapace e il nodo Libia è molto più grande di lui e delle sue capacità diplomatiche. Con la politica dell’immigrazione a tutti costi si è voluto difendere qualcosa che non si riesce a comprendere e ovviamente giocando sempre la partita da una posizione di inferiorità si è messo in pericolo il nostro interesse nazionale mettendo a rischio le risorse energetiche fondamentali e abbandonando di fatto l’interesse strategico militare che non saremo più in grado di riprendere. Il problema è serio ed ora dopo gli ultimi litigi tra la Russia e l’occidente la scoperta e l’individuazione di tante basi militari russe e turche in Libia assumono un aspetto diverso e molto preoccupante in un momento in cui l’Europa e gli Usa sono dilaniati dal virus pandemico. Ora si spiegano i dislocamenti dei bombardieri strategici americani in medio oriente e in Norvegia, forse gli Usa sentono “odore di bruciato” e si stanno cautelando a livello strategico militare. Certo che la diplomazia è importante ma quando alle porte di casa mi vedo missili russi e navi turche… allora francamente inizio a preoccuparmi perché voglio capire che diavolo sta succedendo in Libia. E’ forse in atto la nuova spartizione politica, economica e militare del continente nord-africano ? E in tutto questo movimento silenzioso ecco che l’immigrazione gioca un ruolo fondamentale, per anni mi sono chiesto se l’immigrazione non sia voluta ed era un piano per giungere ad un fine, ed ora con questa nuova situazione evolutiva forse abbiamo la risposta all’annoso quesito. Urge che la politica estera militare europea cambi radicalmente bloccando l’immigrazione libica e si riprenda la Libia prima che sia troppo tardi… salvo… che lo è già il …”troppo tardi” come presumo !

15022021…by…manliominicucci.myblog.it

 

Il vallo di Putin e le fortezze turche: la nuova Libia ha due soli padroni

di Gianluca Di Feo

16022021 Libia e putin

Mosca e Ankara costruiscono fortezze per colonizzare il Paese. Dalle immagini dei satelliti, ecco la mappa aggiornata degli schieramenti. La Turchia ha occupato l’area della capitale, il Cremlino ha allestito un corridoio di basi che dalla costa punta al cuore dell’Africa

14 FEBBRAIO 2021

A dieci anni dalla rivolta che travolse Gheddafi, la Libia è stata spartita tra russi e turchi. Ormai viene ripetuto da mesi, ma quello di cui non ci siamo resi conto è che si tratta di una presenza destinata a durare nel tempo: Putin e Erdogan stanno costruendo fortezze irte di radar e missili per colonizzare il Paese. Le due potenze, come spiega un veterano dell’intelligence, giocano partite diverse: “I turchi sono istintivi, maestri del tavla che il resto del mondo chiama backgammon: hanno occupato l’area della capitale e si stanno trincerando per restarci. I russi invece hanno la visione degli scacchi: agiscono pensando alle mosse successive. E hanno rapidamente allestito un corridoio di basi che dalla costa punta al cuore dell’Africa”.

Guardando le immagini dei satelliti che quotidianamente scrutano il Maghreb, alternando ottiche in grado di scoprire una singola camionetta a sensori radar che entrano persino nei fossati, si può prendere atto della situazione. Repubblica ha raccolto le informazioni di satelliti commerciali e fonti aperte, ottenendo poi i riscontri necessari per ricostruire una mappa aggiornata degli schieramenti in Libia.

GLI SCACCHI DI MOSCA

In poco più di sei mesi, il Cremlino ha piazzato le sue pedine evitando di dare nell’occhio: l’operazione è affidata soprattutto ai mercenari della Wagner, lasciando nell’ombra l’attività delle forze armate. I contractor venuti dall’Est oggi sono presenti in undici località, tutte strategiche. Dopo essersi stabiliti in Cirenaica, con un’avanzata lampo si sono impossessati dei centri chiave del Fezzan, inclusa Ghat: la città dove un tempo una roccaforte italiana dominava la frontiera con l’Algeria francese. Attualmente i campi petroliferi di El Sharara, un giacimento da tre miliardi di barili, risultano sotto il controllo della Wagner, che ha in mano pure il terminale di Ras Lanuf dove vengono caricate le petroliere.

Da mesi il contingente moscovita dispone di una dozzina di caccia Mig-29 e bombardieri Sukhoi 24: decollano dalle piste di al Khadim e al Jufra e da poco sfoggiano coccarde libiche, anche se i piloti parlano russo. Tutti gli altri scali fino al confine nigerino sono presidiati dai mercenari e dai tecnici del Cremlino: complessivamente hanno rimesso in funzione sette aeroporti. Se guardate la scacchiera globale, è facile comprendere l’obiettivo della manovra: puntano al Sahel e all’Africa Centrale, terra turbolenta e ricca di materie prime. E hanno già dato scacco matto alla grande base statunitense di Agadez, voluta dall’amministrazione Obama nel nord del Niger.

Quando i Predator americani entrano in Libia, dopo pochi minuti finiscono negli schermi del radar Spoon Rest D piazzato a Brak, uno dei cinque apparati di questo modello con cui i russi si assicurano la sorveglianza del cielo: strumenti non avanzatissimi, ma ciascuno con una portata di 250 chilometri. Altri piccoli radar Garmon, modernissimi, vigilano sulle basi in prima linea – oltre a Brak e Al Jufra sono nel porto di Sirte – per tenere lontani i droni turchi. La barriera più efficace contro i velivoli teleguidati di Erdogan sono i semoventi Pantsir: ben undici risultano attivi, con i missili terra-aria pronti al lancio e veterani ai comandi. Le indiscrezioni su radar e missili a lungo raggio, come gli S-300, continuano a essere smentite: Mosca preferisce tenere un profilo basso e non allarmare la Nato.

IL VALLO DI VLADIMIR

16022021 mappa militare

L’operazione più spettacolare realizzata dai russi è il moderno Muro di Adriano, che molti già chiamano il Vallo di Vladimir evocando lo stile imperiale di Putin. Una linea difensiva tracciata nel deserto, con un fossato profondo un metro e un terrapieno alto due: i lavori sono cominciati nello scorso luglio e si allungano già per 77 chilometri. Ogni 48 ore il cantiere avanza di circa un chilometro, seguendo il tracciato della strada da Sirte all’oasi di Waddan: gli ingegneri sfruttano le caratteristiche del terreno, adattando il percorso ai wadi e agli altri ostacoli naturali. Come quello romano in Britannia, il Vallo serve solo a ritardare i movimenti di eventuali incursori e smascherarne l’iniziativa: il compito di affrontarli toccherà agli aerei e alle truppe, asserragliate in una decina di fortini poligonali simili ai bastioni rinascimentali.

Il Vallo di Vladmir ha già ottenuto un risultato psicologico: definire in modo netto il confine tra la Cirenaica filo-russa e la Tripolitania filo-turca. Solo verso il mare c’è una zona neutra, larga poco meno di 50 chilometri, che separa i due eserciti libici e i loro alleati. Ai lati, è un proliferare di artiglierie, razzi e carri armati pronti a darsi battaglia ma che restano fermi dalla scorsa estate. E mentre Mosca ha approfittato della tregua per espandersi verso sud, Ankara ha preferito consolidare la sua presenza a Tripoli, con un occhio rivolto a Tunisia, Marocco e Algeria, i nuovi orizzonti della sua espansione diplomatico-economica.

LE FORTEZZE DI ERDOGAN

Due le iniziative turche, che marcano la volontà di radicarsi nel Paese. La base navale di Al Khums sta venendo completamente ricostruita: sorgono caserme, depositi e banchine, dove sempre più spesso ormeggiano le fregate missilistiche di Erdogan. Lì istruttori anatolici addestrano la guardia costiera libica, un compito che fino allo scorso autunno veniva svolto dagli italiani: oggi le vedette sembrano completamente ai loro ordini, permettendogli di controllare il flusso di migranti. Centinaia di fanti, cecchini, carristi, radaristi vengono formati a Tripoli o direttamente in Turchia, per creare brigate fedeli ai nuovi signori coloniali. L’altro polo è l’aeroporto di Al Wattiya, prossimo alla frontiera tunisina: il principale terminale di un ponte aereo dalla Turchia che non conosce soste. Dalla scorsa estate ci sono stati 64 voli dei grandi cargo Airbus A-400, l’ultimo giovedì scorso, e ben 110 degli Hercules C-130 che hanno trasferito personale e armi da Konya e Kayseri. Ora la pista è pronta per accogliere i caccia F-16 di Erdogan. Viene protetta da missili terra-aria Hawk con radar Sentinel, mentre lo scalo militare della capitale è sotto lo scudo di un radar Kalkan con 120 chilometri di portata. Ancora più massiccio il dispositivo a Misurata, città irriducibile durante la guerra civile: c’è un doppio schermo radar per guidare missili Hawk e Hisar.

Dall’analisi di queste forze, emerge un elemento chiarissimo: a Erdogan e Putin poco importa dei libici e dei loro governanti, che siano Haftar o Serraj; quello che gli interessa è conservare le loro installazioni strategiche e tutelare gli interessi petroliferi. Oggi possono decidere la sorte delle infrastrutture, dei gasdotti, dei porti: hanno le chiavi di un business miliardario. Una realtà che a Tripoli come a Bengasi la leadership libica ha cominciato a comprendere e che offre gli ultimi margini di manovra alla nostra diplomazia e agli agenti dell’Aise per riconquistare l’iniziativa in Libia, sottolineando la nostra tradizione di partner e non dominatori: non a caso, a dicembre è stato firmato un accordo di cooperazione militare con il ministro Lorenzo Guerini. Ma finora è mancato un sostegno incisivo del governo per sfruttare quest’opportunità. Nell’estate 2017 al premier Paolo Gentiloni era bastato mandare una singola nave della Marina a Tripoli per ristabilire l’autorità del presidente Al-Serraj e riaffermare il ruolo di Roma nella stabilizzazione del Paese. In meno di tre anni gli esecutivi guidati da Giuseppe Conte hanno sgretolato il pilastro del nostro interesse nazionale, mettendo a rischio le risorse energetiche fondamentali.

IL BLOCCO NAVALE

Se poi guardiamo al mare che un tempo chiamavamo Nostrum, la situazione è ancora più drammatica. Il Mediterraneo orientale è di fatto chiuso in un blocco navale turco. Due fregate sono sempre fisse davanti a Tripoli e Misurata, coprendole con radar e missili. Le unità turche, poiché fanno parte della Nato, spesso vanno a rifornirsi nel porto siciliano di Augusta: quasi una beffa. Altre quattro fregate di Ankara praticamente circondano Cipro, Stato dell’Unione europea, proteggendo sei navi speciali che esplorano i fondali in cerca di gas. Infine tre sottomarini U-209 pattugliano le acque tra Creta e Libia. Una flotta in azione costante, per rimarcare le pretese di Erdogan sui giacimenti di idrocarburi.

Non si conosce ancora l’orientamento dell’amministrazione Biden: sotto Trump gli americani hanno sostanzialmente abbandonato l’area contesa. Negli scorsi giorni i droni GlobalHawk e i quadrimotori EP-3 hanno ripreso a perlustrare il Golfo di Sirte: anche un Lockheed U2 “Dragon Lady”, il grande vecchio dello spionaggio, ha sorvolato le posizioni della flotta turca. Soltanto il presidente Macron contrasta i disegni di Erdogan: a spezzare lo sbarramento turco, nel braccio di mare tra Cipro e Libano la fregata Aconit mostra la bandiera mentre il potente sottomarino nucleare Amethyeste proietta una deterrenza meno appariscente. Gli aerei da caccia francesi, egiziani e greci hanno appena concluso un’esercitazione congiunta davanti ad Alessandria: le prove di un’alleanza con cui nei prossimi mesi Parigi vuole riaffermare la sua grandeur nel Mediterraneo orientale. Resta da capire quale sarà la posizione del governo Draghi: l’intelligence e le forze armate italiane hanno i migliori satelliti, aerei e sottomarini da ricognizione, che forniscono a Palazzo Chigi aggiornamenti costanti. Le informazioni sono chiare, ma bisogna decidere se l’Italia intende ancora giocare un ruolo da protagonista nel Mediterraneo.

 

 

LA “PRIMA…VERA ARABA TURCO-RUSSA”ultima modifica: 2021-02-15T21:35:27+01:00da manlio22ldc
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