57 ….ANNI DOPO RICORDIAMOLI…

57 ….ANNI DOPO RICORDIAMOLI…
Quello che mi inorridisce sono i sistemi del massacro che sembrano essere propri degli africani….gente fatta a pezzi dopo essere stata ammazzata esattamente come Pamela Mastropietro nel 2018. Sono trascorsi 57 anni ma la loro malvagità è sempre quella come lo è stata in Biafra, regione della Nigeria, e nella orrenda guerra tra Ruanda e Burundi, e anche lì si sono visti scenari da horror, centinaia di mani tagliate con i machete dalle braccia e buttate ai piedi degli alberi come concime per la terra. Oggi quando leggevo dell’anniversario della strage di occidentali nell’ex Congo belga non ho potuto fare a meno di fare dei raffronti con la stessa gente che abbiamo ospitato nel nostro paese e francamente non ci vedo nessun progresso nei figli di quelli che commettevano crimini e massacri per il semplice gusto di farli. Un odio orribile ed ingiustificato verso i bianchi occidentali e se pensiamo che quei tredici militari morti erano lì per aiutarli mi viene una rabbia incontenibile, cioè, gente inerme che va per sfamarli e ce li troviamo tutti fatti a fette, va pure detto che il massacro fu tenuto nascosto col vergognoso silenzio della stampa nostrana di allora, infatti la notizia venne data una settimana dopo e con tanto imbarazzo. Non riesco a capire perché tanto odio verso di noi occidentali, se i francesi e belgi hanno delle responsabilità pagassero loro e non degli innocenti. Commemoriamo i nostri caduti nel Congo dopo una missione Onu,….morti perché erano solamente ..
dei bianchi…11102018

by…manliominicucci…

NOV
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11 NOVEMBRE 1961 IL MASSACRO DI KINDU, TRA LE TREDICI VITTIME ANCHE IL LUCANO NICOLA STIGLIANI

Era l’11 novembre 1961 e fu  chiamato l’eccidio di Kindu per la crudeltà con cui fu commesso e per il nome della località dove avvenne, nell’ex Congo belga, dove furono trucidati tredici aviatori italiani, facenti parte del contingente dell’Operazione delle Nazioni Unite in Congo inviato a ristabilire l’ordine nel paese sconvolto dalla guerra civile.

I tredici militari italiani formavano gli equipaggi di due C-119, bimotori da trasporto della 46ª Aerobrigata di stanza a Pisa. Tra le vittime anche un giovane potentino Nicola Stigliani, Sergente Maggiore montatore , nato nel Capoluogo di regione il 31 maggio 1931; aveva 30 anni all’epoca.

Un massacro efferrato, che suscitò indignazione in Italia, poiché su “ silenzato”  dai mass media anche italiani, che diedero notizia solo dopo una settimana, e dalla assurda cautela nel dare notizie sia da parte del governo di Brazzaville, che da parte della stessa Onu e soprattutto dalle false notizie che da parte del sedicente colonnello” congolese Pakassa che con ignomia affermava che i 13 italkiani della misione di pace fossero vivi.

Il riconoscimento di queste innocenti vittime anche da parte italiana fu tardivo; solo nel 1994 fu riconosciuta alla loro memoria la Medaglia d’Oro al Valore Militare; solo nel 2007 i parenti delle vittime ottennero una legge sul risarcimento. Un monumento ai caduti di Kindu si trova all’ingresso dell’aeroporto internazionale Leonardo da Vinci, a Fiumicino; un altro è stato eretto a Pisa. Sulle porte del sacrario di Pisa è riportata questa  epigrafe: « Fraternità ha nome questo Tempio che gli italiani hanno edificato alla memoria dei tredici aviatori caduti in una missione di pace, nell’eccidio di Kindu, Congo 1961. Qui per sempre tornati dinnanzi al chiaro cielo d’Italia, con eterna voce, al mondo intero ammoniscono. Fraternità. »

Potenza non si è mai dimenticata invece di Nicola Stigliani, sia con dediche pubbliche che con il ricordo nel 50 anno del massacro. Del sergente lucano ce ne parla Rocco Galasso  Presidente provinciale  del Nastro azzurro, decorati al Valor Militare “È ancora vivo il ricordo del sergente dell’aeronautica Nicola Stigliani, potentino caduto a kindu 53 anni fa. Lo è nel ricordo di molti che hanno conosciuto, nei fratelli, in quella generazione di potentini che di apprestavano a vivere i favolosi anni ’60 nel pieno della loro giovinezza. Nicola Stigliani aveva deciso di consegnare la sua giovinezza All ‘arma azzurra e con essa ad affrontare quella prima operazione di aiuti umanitari che, proprio nell’ex Congo Belga, vide massacrare 13 uomini della 46^Aerobrigata. Da allora sono numerosi gli uomini che hanno pagato con il loro sangue la loro generosità di soldati e di italiani. A Nicola Stigliani è spettata la massima ricompensa al Valor Militare, accrescendo il numero degli eroi lucani che rendono la nostra regione quella maggiormente premiata al valore con il più alto numero di caduti, feriti ed il minor numero di disertori. Cosa successe esattamente?

Fonte wikipedia : IL  Belgio, al momento dell’indipendenza, lasciò il Congo in un completo caos politico ed amministrativo; grandi interessi internazionali e finanziari agirono poi per rendere più grave la situazione, favorendo la secessione del Katanga, la più ricca provincia del paese, centro d’importanti attività minerarie. Le fazioni in lotta erano tre: quella del presidente Joseph Kasa-Vubu con le truppe comandate dal generale Mobutu che controllavano le regioni occidentali, quella lumumbista di Antoine Gizenga con le truppe del generale Lundula che controllavano le provincie orientale, e quella katanghese di Moise Ciombe con i gendarmi guidati da mercenari bianchi, soprattutto belgi.

La guerra era improvvisamente scoppiata il mese precedente a seguito dell’uccisione di Patrice Lumumba, l’ex Primo Ministro nazionalista che aveva tentato di liberare il paese dalle ingerenze esterne. Mandante dell’omicidio era Moise Ciombe, leader della provincia secessionista del Katanga, appoggiato dal presidente della repubblica Joseph Kasavubu e dal capo delle forze armate Mobutu Sese Seko, il quale avrebbe in seguito retto le sorti del paese per circa quarant’anni.

L’eccidio

I due equipaggi italiani operavano da un anno e mezzo nel Congo, e il 23 novembre del 1961 dovevano rientrare in Italia. La mattina di sabato 11 novembre 1961 i due aerei decollarono dalla capitale Leopoldville per portare rifornimento alla piccola guarnigione malese dell’ONU che controllava l’aeroporto poco lontano da Kindu, ai margini della foresta equatoriale. La zona era sconvolta da mesi dal passaggio delle truppe di Gizenga provenienti da Stanleyville e dirette nel Katanga, reparti improvvisati i cui componenti erano spesso ubriachi, indisciplinati e dediti alle ruberie ai danni della popolazione locale; il 25 settembre precedente era morto Raffaele Soru, un volontario della Corpo militare della Croce Rossa Italiana rimasto ferito a morte proprio a Kindu nel corso di scontri tra ribelli e soldati.

Gli aerei italiani si dovevano fermare a Kindu solo per il tempo di scaricare e, per gli equipaggi, di mangiare qualcosa. I due C-119 comparirono nel cielo della cittadina poco dopo le 14:00, e dopo aver fatto alcuni giri sopra l’abitato atterrarono all’aeroporto controllato dai malesi. Da vari giorni in città vi era un’agitazione maggiore del solito: fra i duemila soldati congolesi di Kindu si era sparsa la voce che fosse imminente un lancio di paracadutisti mercenari al soldo del regime di Ciombe, e da tempo le truppe di Gizenga che operavano nel nord del Katanga, 500 chilometri più a sud di Kindu, erano sottoposte a bombardamenti dagli aerei katanghesi.

La vista dei due aerei italiani, scambiati per velivoli katanghesi carichi di paracadutisti, scatenò la reazione incontrollata dei soldati di stanza a Kindu: diverse centinaia di congolesi si recarono in camion all’aeroporto dove in quel momento i tredici uomini degli equipaggi italiani, comandati dal maggiore Parmeggiani, si trovavano alla mensa dell’ONU, una villetta distante un chilometro dalla pista, insieme a una decina di ufficiali del presidio malese. Intorno alle 16:15 i congolesi fecero irruzione nell’edificio, dove italiani e malesi, quasi tutti disarmati, si erano barricati  circa 80 soldati congolesi sopraffecero rapidamente gli occupanti della palazzina e li malmenarono duramente, accanendosi in particolare contro gli italiani scambiati per mercenari belgi al soldo dei katanghesi  il tenente medico Francesco Paolo Remotti tentò di fuggire lanciandosi da una finestra aperta, ma fu rapidamente raggiunto dai congolesi e subito ucciso.

Intorno alle 16:30 arrivarono altri 300 miliziani congolesi guidati dal comandante del presidio di Kindu, un certo colonnello Pakassa: il comandante malese, maggiore Maud, tentò inutilmente di convincerlo che gli aviatori erano italiani dell’ONU e alle 16:50 i dodici italiani, costretti a trasportare con loro il corpo di Remotti, furono caricati a forza sui camion e portati in città, per poi essere rinchiusi nella piccola prigione locale. Mentre il maggiore Maud e il suo vice discutevano se fosse meglio trattare il rilascio pacifico degli italiani o tentare un’azione di forza per liberarli, quella notte giunsero all’aeroporto di Kindu da Leopoldville il generale Lundula e alcuni funzionari della ONUC: il gruppo cercò di contattare il comando del presidio per avviare un canale di trattative, ma il tentativo fallì e il generale ebbe l’impressione che gli ufficiali congolesi avessero ormai perso del tutto il controllo sui loro uomini.

Quella notte, soldati congolesi fecero irruzione nella cella dove erano detenuti i dodici aviatori italiani e li uccisero tutti a colpi di mitra; abbandonati i corpi sul posto, questi furono spostati poche ore dopo dal custode del carcere che, temendone lo scempio, li trasportò con un camion nella foresta fuori città e li seppellì in una fossa comune. I miliziani congolesi accusarono gli italiani di fornire le armi ai secessionisti, e diffusero la notizia secondo la quale questi fossero in volo verso il Katanga e fossero stati ingannati e convinti ad atterrare a Kindu dai responsabili della torre di controllo; l’inviato speciale Alberto Ronchey per La Stampa pochi giorni dopo constatò lo stato di non funzionamento della torre di controllo a partire da vari mesi precedenti l’uccisione.

Per giorni non si seppe nulla della sorte degli aviatori, e lo stesso comando delle truppe ONU temporeggiò per evitare di scatenare una rappresaglia contro gli italiani senza sapere che questi erano già stati uccisi. Solo alcune settimane dopo l’eccidio il custode del carcere si mise in contatto con i fratelli Arcidiacono, due italiani residenti da tempo a Kindu: questi riuscirono a ricostruire le circostanze dell’eccidio e a contattare le autorità ONU per predisporre il recupero delle salme  Nel febbraio del 1962 quindi un convoglio della Croce Rossa austriaca, scortato da un contingente di caschi blu etiopi e accompagnato da due ufficiali della 46ª Aerobrigata (il tenente colonnello Picone e il maggiore Poggi), rinvenne la fossa comune dove erano stati seppelliti gli italiani nel cimitero di Tokolote, un piccolo villaggio sulle rive del Lualaba ai margini della foresta: i corpi, protetti da una grossa crosta di argilla, erano ancora in buono stato di conservazione e furono facilmente identificati. Trasportati all’aeroporto di Kindu, furono imbarcati su un C-119 italiano e inviati a Leopoldville, da dove rientrarono in Italia a bordo di un C-130 statunitense.

Le circostanze esatte dell’uccisione rimasero a lungo confuse, con varie voci che sostennero che l’eccidio fosse avvenuto con la partecipazione o comunque davanti alla popolazione civile locale, o che i corpi degli italiani fossero stati mutilati in vario modo; la ricostruzione dei fatti in seguito al ritrovamento delle salme smentì gran parte di questi dettagli.



Una ottima ricostruzione in occasione del 50ennario si trova in questo link   http://www.aeronautica.difesa.it/Documents/KINDU.pdf

 I tredici aviatori trucidati a Kindu furono:
·                    Onorio De Luca, 25 anni, di Treppo Grande (UD) – sottotenente pilota;
·                    Filippo Di Giovanni, 42 anni, di Palermo – maresciallo motorista;
·                    Armando Fausto Fabi, 30 anni, di Giuliano di Roma (FR) – Sergente Maggiore elettromeccanico di bordo;
·                    Giulio Garbati, 22 anni, di Roma – sottotenente pilota;
·                    Giorgio Gonelli, 31 anni, di Ferrara – capitano pilota e vicecomandante;
·                    Antonio Mamone, 28 anni, di Isola di Capo Rizzuto (KR) – sergente maggiore marconista;
·                    Martano Marcacci, 27 anni, di Collesalvetti (LI) – sergente elettromeccanico di bordo;
·                    Nazzareno Quadrumani, 42 anni, di Montefalco (PG) – motorista;
·                    Francesco Paga, 31 anni, di Pietralcina (BN) – sergente marconista;
·                    Amedeo Parmeggiani, 43 anni, di Bologna – maggiore pilota e comandante dei due equipaggi;
·                    Silvestro Possenti, 40 anni, di Fabriano (AN) – sergente maggiore montatore;
·                    Francesco Paolo Remotti, 29 anni, di Roma – tenente medico;
·                    Nicola Stigliani, 30 anni, di Potenza – Sergente Maggiore montatore.
 

57 ….ANNI DOPO RICORDIAMOLI…ultima modifica: 2018-11-11T16:35:01+01:00da manlio22ldc
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